mercoledì, 09 luglio 2008
In principio fu l’AFC Wimbledon. Poi arrivò l’FC United of Manchester, adesso esiste anche l’AFC Liverpool. Se non fosse una cosa seria – ok, parliamo di football, che però è pur sempre una disciplina praticata e seguita da centinaia di milioni di persone in giro per l’orbe terracqueo – si potrebbe affermare banalizzando che oltre Manica va di moda la squadra fai-da-te. Ovvero la compagine generata, alimentata e accudita dai fan di qualche grande (Manchester United e Liverpool) o di team capaci lo stesso di fare la storia pur senza avere tutti i quarti di nobiltà. Per questi ultimi si veda alle voci Crazy Gang, John Fashanu, Vinny Jones e finale di FA Cup 1988, vinta dal Wimbledon (è di loro che stiamo discettando, ovviamente) niente meno che a spese dei grandi Reds, dominatori di quel decennio.

Al di là della passione tipicamente britannica per il do-it-yourself (il nostrano fai-da-te), c’è tutta una serie di motivazioni che hanno condotto storici supporter del Wimbledon piuttosto che del Liverpool a metter su un club ex novo. Tagliando un po’ con l’accetta, il minimo comun denominatore è il calcio moderno – anche se a noi piace più l’espressione corporate football – e tutte le storture che si trascina dietro nel suo cammino troppo spesso infarcito solo di vagonate di quattrini, ma privo del rispetto che si deve ai valori cardine del gioco del calcio.

Uno di quei valori è il rispetto della comunità alla quale il club calcistico appartiene. Se a quella comunità del Sud di Londra, vicino al più famoso club di tennis del pianeta, prima levi lo stadio – ok, il vetusto Plough Lane era inadeguato – poi ti fai ospitare da dei vicini i cui supporter ti vedono come il fumo negli occhi (il Crystal Palace), quindi parli di muovere baracca e burattini in Irlanda e per finire trascini la franchigia – pardon, il club – 80 miglia più a nord, beh, sarebbe da matti credere che la stessa comunità accolga la cosa con un fragoroso applauso. Anzi, per dirla tutta dalle parti di Londra Sud si sono proprio alterati, e anche tanto!

Fin troppo tardivo è apparso allora l’atto di contrizione delle autorità federali, che dopo aver dato l’avallo allo sportamento del Wimbledon a Milton Keynes e il cambiamento di nome in MK Dons, aveva promesso che una simile evenienza non si sarebbe più verificata. Per intenderci, niente più mosse stile Nba o Nfl, dove i presidenti possono spostare la squadra altrove, qualora la piazza sia più interessata (e “munifica”) nei confronti del basket piuttosto che del football americano.

Ça va sans dir che alla fine i tifosi di lunga data del Wimbledon, coloro che vivendo a Londra sud affollavano le gradinate del vetusto Plough Lane, poi abbandonato nel 1991, il trasferimento del loro club non l’hanno proprio mandato giù. Per questo si sono decisi a fondare un club tutto loro, rinominato, ovviamente, AFC Wimbledon. Meglio partire dai bassifondi delle leghe dilettantistiche, che doversi piegare all’umiliazione di sostenere una squadra sradicata dal suo luogo d’origine e per giunta con un nome diverso, hanno pensato.

Il motore di tutta l’iniziativa è stato un trust, per la precisione il Dons Trust. L’AFC Wimbledon fin dai suoi primissimi giorni di vita ha riscosso un notevole successo. Per la sua prima partita di sempre, l’amichevole contro il Sutton United il 10 luglio 2003, erano presenti ben 4.500 supporter (la media casalinga di spettatori si è poi stabilizzata sulle 3.000 unità). Sono subito arrivate due promozioni consecutive, alle quali ha fatto seguito un periodo di assestamento per provare ad entrare, o dovremmo dire rientrare, nell’elite del professionismo. Adesso i nuovi Dons, dopo l’ennesima promozione strappata nella stagione 2007-08, giocano in sesta serie (Conference South), “solo” tre gradini sotto la League One, divisione in cui da agosto si cimenteranno i cuginastri del Milton Keynes. Dobbiamo aggiungere che il sogno dei supporter dell’AFC è un bel derby da disputare il più presto possible? No, lo avevate già capito da soli…

Ma lasciamo il Sud dell’Inghilterra per spostarci un po’ più a Nord, nella città culla delle suffragette, dei sindacati e … di tanti grandi campioni del football e di ottimi musicisti. A Manchester, sponda Old Trafford, non ci si è battuti contro un trasloco o un cambio di nome. Ci si è scontrati con una ricca famiglia americana che in tanti non volevano alla guida del club. “Blazer out”. I muri nei pressi dello storico impianto dei Red Devils sono ancora oggi pieni di questo invito non proprio amichevole rivolto alla famiglia Blazer che nell'estate del 2005 ha rilevato la quasi totalità delle azioni del Manchester togliendolo dalla borsa. Un'operazione da 830 milioni di sterline anche se tramite arguzie contabili una larga fetta del totale investito è stata accollata allo stesso Manchester United. Per bloccare il tycoon Malcolm Glazer i tifosi le hanno provate tutte, a volte anche superando i limiti imposti dalla legge e dal buon senso. Proprio loro, che già nel 1998 si erano opposti all'acquisto del club da parte di Rupert Murdoch, questa volta si sono dovuti arrendere. Quando fermarono la scalata del fondatore di Sky dalla loro parte avevano le regole di diritto, tanto che la Commissione di Controllo sulla concorrenza stabilì che il magnate australiano non poteva ottenere il controllo di un club di Premier. La motivazione era palese: si sarebbe creato un forte conflitto di interessi con il Murdoch proprietario del network Sky che sarebbe poi finito per negoziare con il Murdoch presidente del Manchester United la vendita dei dritti televisivi della Premier. Vi ricorda qualcosa?
Nella battaglia contro Glazer le chiassose proteste di piazza fecero il paio con il tentativo dei 32mila membri della Shareholders United di entrare in possesso delle azioni sufficienti per bloccare la scalata. Fu tutto inutile. Così una quarantina di ex frequentatori dell'Old Trafford decise di fare un passo indietro e fondare l'FC United of Manchester. A quegli hardcore fans passare dal “teatro dei sogni” al modesto Giggs Lane di Bury, cittadina ormai fagocitata dalla periferia di Manchester e base delle imprese sportive dell'FC United, è sembrata una logica conseguenza del disfacimento del rapporto di osmosi tra la squadra di calcio e la comunità locale. Così hanno messo su un club tutto loro, che dei Red Devils originali ha i colori, il simbolo (quello in auge negli anni settanta) e il nome. Come scritto nel suo manifesto, il nuovo United è “un club gestito in maniera democratica dai suoi membri e accessibile da parte di tutti gli abitanti della comunità di Manchester”. La società ha uno statuto simile ad un ente no profit, il suo board viene eletto dai 2.500 membri attuali, tende ad incentivare la partecipazione ed il coinvolgimento dei giovani e per far questo predica una politica di prezzi accessibili a tutti. L'avventura degli altri diavoli rossi tra i dilettanti è andata sin qui fin troppo bene. Hanno vinto alla grande i loro primi due campionati, guadagnandosi altrettante meritate promozioni. Nel 2006-2007 nella North West Counties League hanno portato a casa nientemeno che 112 punti, segnando una messe di gol: 157. Due nuovi record di categoria, molto difficili da battere in futuro. La media spettatori è più alta di quella del Bury, che gioca pur sempre nella quarta serie dei professionisti. Grazie alle round rules, meno draconiane nelle divisioni dilettantistiche, l’atmosfera alle partite ricorda più l’Old Trafford anni Settanta o Ottanta piuttosto che quello versione 2007-08. L’accesso al settimo gradino della piramide calcistica inglese è arrivato tramite la vittoria nei play offs della 1st Division North della Unibond League, e le aspettative per la stagione che sta per cominciare sono molto alte. Il ciclone FC United è talmente forte che a qualche realtà del calcio minore deve pur aver fatto storcere il naso. Gli autori dello “scisma” vanno però avanti per la loro strada, fatto anche di buone relazioni con gli sponsor – che hanno prontamente fiutato l’affare – un merchandising di successo e addirittura una TV via internet. Loro negano di voler scimmiottare il “vero” United e di avere particolari fini di lucro legati alle singole attività. Sarà, però leggere sul loro sito dell’esistenza della FCUM TV fa un po’ effetto – sebbene a dirla tutta la TV non è a pagamento.
Rimaniamo nel Lancashire, dove l’avvento del duo di milionari Hicks-Gillet ha prima solleticato l’appetito di trofei dei tifosi del Liverpool, poi scatenato un mare di proteste che non accennano a placarsi. Mentre il progetto di azionariato popolare promosso da alcuni appassionati per riappropriarsi del club sta muovendo timidamente i suoi primi passi, ci sono tifosi che hanno deciso di creare un club tutto loro, sulla scorta dell'esempio tracciato da l'AFC Wimbledon e l'FC United of Manchester. La nuova realtà si chiamerà AFC Liverpool e partirà dai gradini inferiori della piramide calcistica inglese, ovvero dalla divisione dilettantistica denominata Vodkat North West Counties League, Division Two, la stessa dove nel 2005 esordì la compagine anti-Glazer dell'FC United. Il deus ex machina di tutta quest'operazione, Alun Parry, ha dichiarato che la reale motivazione della nascita del nuovo club è la difficoltà di continuare a seguire il Liverpool in Premier, dato l'elevato costo dei biglietti (non tra i più cari della massima serie inglese, per la verità). Insomma, la colpa è proprio del sistema in generale, non è solo del litigioso duo Gillet & Hicks, che nel frattempo continua a farsi la guerra e a destabilizzare un ambiente frustrato dalle incertezze societarie e dall'ennesima stagione di fallimenti in campionato.

Insomma, al di là delle eterogenee motivazioni che portano a compiere un passo così drastico come quello di fondare il “proprio club”, nel panorama calcistico inglese ci sono sempre più realtà, trust in primis, che si battono per cambiare le cose. Il cammino è lungo e molto impervio, per cui non ci resta che augurare un bel in bocca al lupo a tutti e aspettare che quanto prima non spuntino fuori, che so, anche il Chelsea AFC piuttosto che l’Arsenal Gunners FC. Ad maiora!
postato da: zvonimir alle ore 00:42 | Permalink | commenti (1)
categoria:terrace
mercoledì, 30 gennaio 2008
Image hosted by allyoucanupload.com

Image hosted by allyoucanupload.com
Image hosted by allyoucanupload.com
Image hosted by allyoucanupload.com
postato da: zvonimir alle ore 23:57 | Permalink | commenti (2)
categoria:liverpool, fa cup
venerdì, 18 gennaio 2008
Photobucket
postato da: zvonimir alle ore 00:36 | Permalink | commenti (3)
categoria:shot
giovedì, 06 dicembre 2007
Già iniziate, all'insegna del consumismo, le orribili pubblicità natalizie. Ormai "andato" da decenni come festa di impostazione religiosa, il Natale è per me un momento di una tristezza unica: la costrizione all'augurio a prescindere, anche a persone di cui non ti interessa nulla (a volte "fuggo" da certi luoghi pur di non essere costretto ad auguri ipocriti...), l'obbligo del regalo, lo sconforto di vedere gente di intelligenza normale o superiore alla media che inizia già a novembre a dedicare proprie energie cercare regali spesso inutili. Mi irritano particolarmente le pubblicità con bambini buoni, o buonisti, quelli che offrono le fette di dolce ai poveri, quelli che hanno la vocina delicata e la sciarpina legata bene. Alcuni anni fa avevo sublimato il Natale, una volta pagato l'obolo del pranzo con la famiglia di origine, guardando calcio inglese, NFL ed Asterix, ora non mi è più possibile, ma mai come la mattina del 27 dicembre sono contento di andare, tornare, proseguire a lavorare. Coraggio.
postato da: zvonimir alle ore 23:22 | Permalink | commenti (2)
categoria:my life
giovedì, 06 dicembre 2007

"You're staying home, you're staying home, England staying home!"
Cardiff to travelling Ipswich fans, to the tune of Three Lions.

"Hey, Swansea... leave our sheep alone!"
Tranmere fans to Swansea - to the tune of Pink Floyd's Another Brick In The Wall.

postato da: zvonimir alle ore 00:35 | Permalink | commenti
categoria:terrace
sabato, 24 novembre 2007

(Tam Tam)

postato da: zvonimir alle ore 00:13 | Permalink | commenti
categoria:deliri
giovedì, 22 novembre 2007

Image hosted by allyoucanupload.com

“Yid Army! Yid Army! Yid Army!” It’s become a war cry for Tottenham fans over time, rather oddly: Spurs have had a traditionally significant support in North London’s Jewish community, but it has become an identity embraced by fans regardless of their actual Jewish heritage. And like at Ajax, the chants have only mushroomed in response to opposition taunts against Jews. There has, at times, been some very unpleasant hissing at Spurs supporters as a consequence.

A strange twist in this tale emerged today: three Arsenal fans are sueing their own club over racist chanting at the Emirates Stadium involving the words “Yids” or “Yiddos”, used against Tottenham fans.

In a letter sent to the Arsenal chairman, the fans – a Jew, a Muslim and a Christian – claim that the use of the anti-Semitic words “Yids” or “Yiddos” in reference to players and fans from Tottenham Hotspur amounts to a breach of Race Relations Act.

Their solicitor, Lawrence Davies, a leading human rights lawyer at the London law firm Equal Justice, has asked the club to take immediate action to stamp out all racist chanting at the club.

Mr Davies’s letter, sent this week to Peter Hill-Wood, makes it clear that the season-ticket holders can sue the club for breach of contract as Arsenal has a written policy of taking firm action against racist behaviour in the stadium.

Arsenal fans argue that the use of the words “Yids” and “Yiddos” in reference to their north London rivals is not racist but simply directed at the club’s Jewish history and point out that Tottenham fans even refer to themselves as the “Yid Army”. But Mr Davies says this does not stop the language from being offensive and anti-Semitic.

Mr Davies says in his letter: “The test in law is whether the language concerned causes offence to the person concerned. Our five clients are all Arsenal supporters and three are season-ticket holders. The season-ticket holders include a Jewish member and a Muslim member. They have all felt offended.”

He claims that by taking no action, the club would appear to be in breach of the Race Relations Act 1976 in the provision of a service or permitting harassment to occur without challenge.

His letter adds: “The season-ticket holders have a contractual relationship with the club. The contract states that fans exhibiting racist behaviour will have their contracts terminated and will be ejected form a particular match. None of the ‘Yid’ chanters have been challenged.”

postato da: zvonimir alle ore 20:55 | Permalink | commenti
categoria:terrace, arsenal, tottenham
mercoledì, 21 novembre 2007
England 2 Croatia 3

 

 

 

 

 

 

 

 

 

postato da: zvonimir alle ore 23:13 | Permalink | commenti (4)
categoria:england, euro2008
giovedì, 15 novembre 2007

Gran Bretagna: visitatori tutti schedati

Giro di vite del governo inglese sui viaggiatori. A partire dalla metà del 2009 e comunque entro il 2014, infatti, tutte le persone in movimento da e per la Gran Bretagna saranno schedate e controllate. Lo rivela il Daily Mail, spiegando che il sistema rientra nel progetto «e-borders» (frontiere elettroniche) voluto da Gordon Brown per stringere ulteriormente le maglie della sicurezza, dopo le minacce terroristiche delle ultime settimane.

53 DOMANDE - All’atto dell’acquisto del biglietto, ogni viaggiatore sarà così costretto a compilare un elenco di 53 domande che spaziano dal programma del soggiorno ai dettagli della carta di credito usata per il pagamento; dagli indirizzi email al numero di targa della macchina, fino alle multe non pagate e agli eventuali voli persi in passato. Le informazioni verranno poi girate alla polizia, alle dogane, all’ufficio immigrazione e ai servizi di sicurezza almeno 24 ore prima del viaggio, in modo da poter effettuare ulteriori controlli e, nel caso, impedire la partenza o lo sbarco sul suolo britannico degli individui sospetti. Non solo. A chi ha conti in sospeso (leggi multe non pagate) potrà essere persino proibito di lasciare il Paese.

AUMENTO DEI PREZZI - Come è facilmente ipotizzabile, questo «Grande fratello» del turismo comporterà controlli addizionali su bagagli e viaggiatori, con conseguenti ritardi, ma anche un aumento del prezzo dei biglietti, perché alle compagnie di viaggio la compilazione dei questionari costerà 20 milioni di sterline (poco più di 28 milioni di euro) all’anno, mentre il governo sta addirittura pensando di introdurre una tassa per recuperare almeno parzialmente i costi.

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2007/11_Novembre/15/pop_domande_inglesi.shtml

postato da: zvonimir alle ore 17:12 | Permalink | commenti
categoria:deliri
domenica, 11 novembre 2007

Il blog verrà aggiornato tra 10 minuti in segno di lutto.

postato da: zvonimir alle ore 19:14 | Permalink | commenti (5)
categoria:
martedì, 06 novembre 2007

Tottenham have turned to a man who played a major role in the development of Arsenal's Emirates Stadium to help them build a venue of similar quality.

Tony Winterbottom, formerly of the London Development Authority, is now masterminding plans to expand Spurs' White Hart Lane ground to about 52,000.

The project would cost in the region of £300m of which £150m would be borrowed.

But it would mean Spurs vacating White Hart Lane for two seasons, prompting a possible ground share with West Ham.

A couple of years ago Tottenham were very keen to become permanent tenants at Wembley but the Football Association did not want that.

Now Tottenham have again approached Wembley to enquire about playing some of their matches there while they rebuild White Hart Lane.

But Wembley want a lot of money to hire the stadium and Tottenham may only consider it worthwhile that top matches, such as the derby with north London rivals Arsenal, are played there.

So they have also spoken to West Ham, with a view to playing the less high-profile matches at Upton Park.

The problem with West Ham is that the Hammers are themselves thinking about building a new stadium, so that might complicate things too.

Sharing the Emirates Stadium with Arsenal is a non-starter given the rivalry between the fans.

Consequently, there is also talk of Tottenham playing some matches at a ground outside London.

But while rebuilding White Hart Lane is the preferred option for Spurs, there are two other alternatives that are being considered.

One is to develop some land just north of White Hart Lane.

This would mean Tottenham would continue to play at White Hart Lane while the new stadium was built.

Or they could develop one of a couple of possible sites in Enfield, but that would mean a new stadium quite some distance from their current ground.

Redeveloping White Hart Lane is definitely the number one choice and Paul Phillips, a project manager at Emirates, is also helping Tottenham.

postato da: zvonimir alle ore 12:10 | Permalink | commenti
categoria:tottenham
lunedì, 05 novembre 2007

 

Un giorno sbagliai un passaggio, non succedeva da due anni e tutto lo stadio fece un ‘ooohhh’ di meraviglia”…

postato da: zvonimir alle ore 19:02 | Permalink | commenti (5)
categoria:milan, rip
venerdì, 02 novembre 2007

La Kia ha tolto i 160mila euro di sponsorizzazione al Brussels, squadra della capitale belga, per gli insulti razzisti del suo presidente a un suo giocatore congolese

Il congolese Motumona Zola è nato il 26 novembre 1981

Sono costati cari gli insulti razzisti rivolti dal presidente della squadra di calcio di Bruxelles a un suo giocatore di colore. Il produttore coreano di auto Kia Motors ha deciso di rescindere il contratto di sponsorizzazione da 160mila euro all'anno della squadra della capitale, Fc Brussels, dopo che il presidente Johan Vermeersch ha rimproverato il congolese Matumona Zola per i cattivi risultati, esortandolo a pensare a qualcos'altro oltre che "agli alberi e alle banane". Anche Zola ha deciso di chiudere la sua esperienza con l'Fc Brussels. "Questo per noi è veramente troppo", ha dichiarato il responsabile della comunicazione per il Belgio della Kia Motors, Marc Coopmans, non possiamo associare la nostra immagine, i nostri principi e i nostri valori con un club che è rappresentato dal suo presidente in questo modo". Inoltre, ha aggiunto Coopmans, il 10 per cento dei lavoratori di Kia Motors Belgium è di origine non europea e "quindi questa è veramente una questione delicata per noi".
postato da: zvonimir alle ore 19:28 | Permalink | commenti
categoria:riflessioni
venerdì, 26 ottobre 2007

postato da: zvonimir alle ore 14:58 | Permalink | commenti (2)
categoria:liverpool, terrace
giovedì, 25 ottobre 2007

"We hate you Sunday, we do
We hate you Monday, we do
We hate you Tuesday, we do
But Wednesday, we love you!"
Sheffield Wednesday fans against Leicester.

postato da: zvonimir alle ore 12:32 | Permalink | commenti
categoria:england, terrace
martedì, 23 ottobre 2007

coppacoppe1972
postato da: zvonimir alle ore 23:38 | Permalink | commenti (6)
categoria:mercoledi di coppe, rangers
martedì, 23 ottobre 2007

Quando gli fanno domande su nazionalità, identificazione, senso di appartenenza, Arsene Wenger dice sempre che non contano allenatori e giocatori ma i proprietari. Sono loro, spiega Wenger, che difendono il presente ed il futuro della maglia. Già, la maglia. La Umbro non è una squadra inglese, ma poco ci manca, e non solo perché fra le mille maglie su cui mette il suo marchio c'è anche quella dell'Inghilterra e di club come Everton e West Ham, oltre ad avere fra i suoi testimonial Owen e Terry ed essere sponsor sia della Football Association in generale che dalla FA Cup. Per non parlare della sua storia industriale, tutta inglese dalla fondazione (1920) ai giorni nostri: cambiando sede ma rimanendo sempre a Manchester o nei dintorni. Per non parlare di uno dei suoi prodotti più famosi, i cosiddetti 'Umbros' (così venivano definiti anche quelli di altre marche, segno di successo universale in stile Coca Cola), pantaloncini da calcio che nei fantastici anni Ottanta diventarono popolari anche fra le ragazze. Senza dilungarci sulla miriade di squadre sponsorizzate in tutto il mondo (in Italia Cagliari e Siena, fra le altre) possiamo dire che adesso che la Umbro è stata comprata dalla Nike un'epoca può dirsi chiusa. La società americana ha infatti raggiunto un accordo per acquisire quella inglese, per 285 milioni di sterline, con l'obiettivo di aumentare all'istante del dieci per cento le vendite nel settore calcio. La Nike ha presentato un'offerta da 1,93 sterline per azione, pari al 61% in più rispetto alla chiusura in Borsa di Umbro del 17 ottobre, quando la società ha annunciato di essere in trattative con un potenziale compratore. In totale, semplificando, un'operazione da 600 milioni di euro. La strategia? Diventare leader nel calcio prima dei Mondiali 2010, dove il rivale Adidas al di là della sponsorizzazione istituzionale, risalente ai tempi del leggendario Horst Dassler, burattinaio di tanti dirigenti sportivi, veste Germania, Francia e Argentina. A proposito, l'altro gigante storico dell'industria sportiva inglese, la Reebok, dopo qualche decennio americano adesso è completamente di proprietà dei tedeschi.

postato da: zvonimir alle ore 16:25 | Permalink | commenti
categoria:england, terrace
martedì, 23 ottobre 2007
Wembley Stadium
Wembley last hosted the European Cup in 1992 when Barcelona won
Wembley Stadium has been shortlisted to host the Champions League final in 2010 or 2011.

The rebuilt venue will be visited by a delegation from European football's governing body Uefa this year.

Berlin's Olympiastadion, the Allianz Arena in Munich and, in Spain, Madrid's Bernabeu and the Mestalla in Valencia are the other stadiums in contention.

Meanwhile, Arsenal's Emirates Stadium and Dublin's rebuilt Lansdowne Road are in contention for the Uefa Cup final.

Arena AufSchalke in Gelsenkirchen, Espanyol's Estadi Montjuic in Barcelona, the Arena Hamburg and the National Stadium in Bucharest are the other stadia being considered for that competition.

"Capacity, infrastructure, facilities and functionality" were listed by Uefa as the criteria under consideration for the stadia, as well as legal documentation, accommodation and airport facilities. There also remains a rotation policy between national associations.

Football Association chief executive Brian Barwick said: "We're delighted that Uefa have shortlisted Wembley for both the 2010 and 2011 finals.

"It is recognition of Wembley's place among the very best football stadiums in the world, as well as its unique tradition and history."

The Champions League finals in 2008 and 2009 will be held at the Luzhniki Stadium in Moscow and the Stadio Olimpico in Rome respectively.

postato da: zvonimir alle ore 14:19 | Permalink | commenti
categoria:mercoledi di coppe
giovedì, 18 ottobre 2007
Police arrest a trouble-making football fan
Police seized more fans for throwing missiles
Arrests for football hooliganism have risen for the first time in four years, according to Home Office figures.

Almost 3,800 people were held last season - 300 (8%) more than in 2005/06. Public disorder and missile throwing was up, but violent disorder fell.

The Home Office said the rise was the result of a "tougher police approach to anti-social and disorderly behaviour".

The club with the most fans arrested was Manchester United (195), followed by Chelsea (135) and Sunderland (119).

Newcastle and Tottenham came next in the list, both with 117.

The figures show that total attendance at football matches involving English and Welsh clubs and international teams increased by 5% to more than 38.6 million last season.

The Home Office said the 3,788 arrests represent just 0.01% of spectators.

Banning orders

Among the overall figure, arrests for public disorder leapt by 25% to 1,700.

But the number of arrests for violent disorder fell to 337, the lowest ever figure, from 358 in 2005/06.

Tottenham had the most fans arrested for this offence (30), while Manchester United had the most held for public disorder (98).

Arrests for racist chanting dropped from 55 to 41, but those for throwing missiles rose from 68 to 97.

The number of football banning orders imposed in 2006/07 was down by a third to 644.

There were 3,203 hooligans subjected to the orders on 9 August, down from 3,387 in 2005/06, all of whom were prevented from attending domestic and international matches.

The most banning orders were at Leeds United, after an extra 30 were handed out in the course of the season to take their total to 118.

Cardiff City had the second-most with 114, followed by Millwall (111) and Stoke City (102).

'Great progress'

Home Office minister Vernon Coaker said he was "pleased" to see fewer arrests for violent disorder.

"Great progress has been achieved in recent years which have helped us to achieve a 46% decrease in arrests for football violence in the last three seasons," he said.

Mr Coaker added that he was particularly encouraged by the effectiveness of football banning orders.

"Overall arrests represent 0.01% of all seats sold," he said.

 

postato da: zvonimir alle ore 20:17 | Permalink | commenti
categoria:terrace
giovedì, 18 ottobre 2007

Un quarto di secolo fa se ne andava un giornalista sportivo che fu anche umorista, scrittore, showman televisivo, attore. Milano lo ricorda con uno spettacolo. Ecco un assaggio della sua verve

Da sinistra, Ciccio Graziani, Beppe Viola, Gianni Rivera e l'ex direttore della 'Gazzetta' Gualtiero Zanetti. Mulas

Venticinque anni fa, oggi: Beppe Viola, che un ictus lo rubò a questo mondo. E al suo. Milano, San Siro nel senso del calcio e dell'ippodromo, e poi facce, storie, vite vere o immaginate, comunque raccontate. Giornalista sportivo perché teneva famiglia, scrittore perché sulla carta bianca aveva la stessa classe di Gianni Rivera sull'erba verde, autore e anche attore ("Romanzo popolare"), giocatore (nel senso del perdente: cavalli), barzellettiere, primatista di caffè-e-sigaretta, collezionista di mal di testa: in una parola, genio.
PUNTO DI RIFERIMENTO - Venticinque anni dopo Beppe Viola continua a essere un modello, un punto di riferimento, un esempio: irraggiungibile. Perché già allora lui stava davanti al gruppo. E lo si sapeva. Ma non si sapeva che il suo vantaggio fosse infinito, ed eterno. Beppe Viola era uno che, all'esame di Stato per diventare giornalista, davanti alla commissione presieduta da Enzo Biagi che credeva di metterlo in difficoltà chiedendogli "Secondo lei, Fanfani nello schieramento della Dc sta a destra o a sinistra?", rispose: "Dipende dai giorni".
LE BATTUTE - Gli rubiamo 25 sgommate, sbandate, riprese, sorpassi e viaggi fatti con la sua macchina per scrivere.
1. Domenico Calabrò è fatto così: altezza m 1,58, peso 65 chili comprese le calze, torace in dilatazione 114, in regressione 14, vita senza pensieri cioè serena, occhi intensamente privi di significato, piedi due....
2. Ecco alcuni motivi che possono spingere un bravo disegnatore tecnico a compiere una rapina. Perché tutti dicono che è facile. Per far vedere che anch'io ho il coraggio di farlo. Per conquistare il cuore di un'entreneuse. Perché i soldi non sono tutto nella vita. Perché non si sa mai nella vita cosa può capitarti. Per vedere se è vero che i giornali raccontano un sacco di balle. Per provare se il passamontagna ti va ancora bene...
3. A Toronto si mangia benissimo, tant'è vero che Bologna è chiamata la Toronto del nord.
4. "Lei è mai stato innamorato?". "No, ho sempre fatto il benzinaio".
5. Sarei disposto ad avere 37 e 2 tutta la vita in cambio della seconda palla di servizio di McEnroe.
6. Quelli che credono che di fianco al vagone letto ci sia il vagone comodino.
7. Pecché mi sunt nu bello sciuretto. T'è capit? Mi tengo i soldi e la macchina con le ruote in lega leggera, mi sunt vegniù a Milan cunt una partida de limon e ho fatto i soldi pecché mi sunt viun che laura e mi sunt fa un kiù accussì.
8. Quando vengono al mondo i bambini ricchi parlano già quattro lingue, sono abbronzati e hanno le mèche.
9. Con i soldi si può fare di tutto, anche il marinaio. Ai tempi di Melville, Conrad o Jack London, tutta gente che col mare s'è piazzata e ha fatto i soldi, si credeva che il marinaio tipo fosse un uomo in cerca di avventure, un personaggio romantico e soprattutto molto abbronzato.
10. Gli uomini più ricchi del mondo sono sette, come settimo non rubare: Paul Getty, Paul Getty I, Paul Getty II, Paul Getty III, Paul Getty IV, tutti con lo stesso numero di giri; seguono, distanziati di quattromila lire, Massimo Boldi (e signora) e Giorgino Armani.
11. Le vacanze estive sono il periodo più bello del mese di febbraio; sono i giorni più spensierati del mese di novembre perché comprendono le feste più importanti: i giorni della merla, sant'Omobono e tutti i week-end; per non parlare di ferragosto, che è il giorno di settembre più freddo dell'anno (con questo, non è che si voglia parlare male degli stranieri).
12. C'è stato qualche scienziato che ha cercato di sostituire il calcio con la pallacanestro, ma i risultati non sono stati molto soddisfacenti.
13. La carenza di calcio provoca dei fenomeni curiosi, tipo richiamo verso la lettura, la meditazione, incupimento del tono psichico generale, alcolismo, gioco del tennis, aeromodellismo.
14. Professione: uomo più bello del mondo. Indirizzo: St. Tropez. Orario di lavoro: dall'una (di notte) alle sei (del mattino). Hobby: famiglia tipo. Segni particolari: straordinari attributi fisici dalla vita in giù. Frase preferita: ne ammazza più l'orgasmo che il disarmo.
15. Perdonami se t'ho fatto piangere / perdonami non lo farò più. / Siamo fratelli, alcune sorelle / diamoci un bacio e ancora del tu.
16. L'Everest è un paese bellissimo, pieno di verde e di sherpa in attesa del permesso di ritornare giù, almeno a 7000 metri, per respirare una boccata d'aria un po' meno pura.
17. La televisiun la gha una forsa de leun. / La televisiun la gha paura de nessun. / La televisiun la te indurmenta 'me un cujun.
18. Maria Cortinovis, in Pedelupo, ha avuto tutto dalla vita: un paio di scarpe da uomo, quattro morbilli che le hanno rovinato la reputazione, il numero 48 alla catena fusibili della Dalmine, un matrimonio senza fiori.
19. Una cosa che mi sono sempre domandato è perché se tu una volta mandi a fare in culo un camionista, ti devi trovare di fronte per forza uno che mentre ti dice: parlava con me capo?, ti solleva te e la Giulia.
20. Da vent'anni dipendente della Rai-Tv, passaporto italiano, militesente, presunto capo di famiglia numerosa, non soltanto ignoravo le regole del football americano, ma non mi era mai passato per la testa di assistere a una partita.
21. Ma come, è morto l'Oscar? Porca troia... Aveva soltanto cinquant'anni, non ha mai fumato una sigaretta, non beveva, sempre all'aria aperta perché lui era qui a San Siro anche la mattina per vedere gli allenamenti, non ha mai lavorato perché in queste cose l'Oscar è sempre stato coerente, eppure l'hanno "fatto" anche lui.
22. Appena il professor Rescalli entrava in aula, apriva il registro e controllava i presenti dicendo: "Oltre a Mazzarella e Viola chi manca oggi?". Mazzarella era precipitato giù dal tram numero 24 insieme col sottoscritto, facendosi regolarmente pizzicare dal sempre vigile occhio di quel nasone del "prof". E gli studi dei compagni di scuola cominciavano senza il calore della nostra partecipazione, mentre Mazzarella e io, tolto il grande lenzuolo del biliardo, ne ripulivamo il tappeto verde con sapienti spazzolate.
23. Sport è... credere che la palla sia davvero rotonda.
24. Ci ho via una gamba da quando ho fermato il tram in viale Porpora. Il pallone però l'ho salvato anche se adesso non mi serve. Potrei giocare in porta, ma nessuno mi dà fiducia. Dicono che se ogni volta che devo prendere il pallone mi salta una gamba, non vale la pena.
25. Il significato delle cartoline è plurimo, ma soprattutto postale, nel senso che basta scrivere una cartolina per sapere chi l'ha mandata.
postato da: zvonimir alle ore 00:02 | Permalink | commenti (1)
categoria:ricorrenze
mercoledì, 17 ottobre 2007

L'incredibile storia del tassista di Norwich, che ha lasciato tutte le donne della sua vita e ha dato a suo figlio undici nomi, uno per ogni eroe di Anfield. "In nessuna maniera potrei mettere un matrimonio prima del calcio"

Ecco Martin Cooper: pazzo per il Liverpool

Si può cambiare moglie, ma mai squadra del cuore. Una "regola" non scritta che il 59enne tassista Martin Cooper, originario di Norwich, ha deciso di seguire un po' troppo alla lettera, sposandosi per ben sette volte e divorziando altrettante volte a causa della sua ossessione per il Liverpool. Tutte le malcapitate che ha impalmato, infatti, lo hanno lasciato (alcune dopo pochi mesi, altre, più coraggiose, hanno retto qualche anno) perché si sono sentite "tradite" dall’insana passione del signor Martin per il club di Anfield, di cui è tifoso sfegatato dall’età di 7 anni. "In nessuna maniera potrei mettere una donna o un matrimonio prima del calcio – ha spiegato tranquillo l’uomo al "Daily Star" – perché il Liverpool è la mia vita.
AMORE TOTALE - "Ero un bambino quando i Reds vennero a giocare a Carrow Road (lo stadio del Norwich, ndr) e da quel momento è stato amore totale". Un amore sui generis, ma che lui non ha mai messo in discussione per nessuno. Anzi, per nessuna. Il primo matrimonio fu a 19 anni, con Rosemary, ma l’unione naufragò a causa del suo chiodo fisso, i Reds. Stessa sorte con Patricia e idem pure con Barbara, con cui rimase due anni. Cooper ci provò allora con un’altra Rosemary, "ma non era che una casalinga – ha raccontato l’uomo - e anche con lei finì dopo un paio d’anni". Andò male pure con la moglie numero 5, Carol, che tentò persino la strada dell’ultimatum per cercare di tenere lontano dal Liverpool il fanatico marito. Senza successo. "Un giorno mi disse: se vai a vedere questa partita, non sarò più qui quando tornerai. Le risposi: "Più che giusto". Ovviamente, Martin se ne andò allo stadio e, manco a dirlo, il matrimonio finì.
UNDICI NOMI - Ma il nostro uomo non si diede per vinto e quando conobbe Davina, decise di farla diventare la sesta signora Cooper. Tutto bene, finalmente? Non proprio, perché quando nacque il loro unico figlio, il tassista decise di chiamarlo con undici nomi di battesimo: quelli della squadra del Liverpool del 1986. Inevitabile la separazione. L’ultima donna a sfidare la sorte Reds è stata Tina, ma anche con lei si è trattato di una relazione-lampo: "Ci siamo conosciuti a settembre, sposati a ottobre e lasciati a gennaio". A questo punto, al "fedifrago" Martin non resta che "camminare da solo": contraddirà il celebre motto della curva del Liverpool, ma almeno non spezzerà altri cuori…
postato da: zvonimir alle ore 16:13 | Permalink | commenti
categoria:fenomeni, liverpool
mercoledì, 10 ottobre 2007






postato da: zvonimir alle ore 22:43 | Permalink | commenti (7)
categoria:1899 on tour
martedì, 09 ottobre 2007

Quando due anni fa, Evo Morales, indigeno aymara, ex leader dei contadini coltivatori della foglia di coca, i cocaleros, vinse con il Mas (Movimento al Socialismo) le elezioni in Bolivia, scrissi per il manifesto un articolo che fu intitolato Il Che non era un visionario. Perché aveva un valore sicuramente simbolico il fatto che questa elezione fosse avvenuta nella terra dove Ernesto Guevara si era immolato, solo trentotto anni prima, per tenere fede ai suoi ideali di giustizia sociale. Una terra che nella sua storia più recente aveva vissuto la realtà grottesca e tragica di più di cento colpi di stato, una terra che era stata spesso governata (si fa per dire), fino agli anni '90, da impresentabili militari, assassini e corrotti, quasi tutti istruiti nella famigerata Escuela de las Americas, gestita dagli Stati Uniti, prima a Panama e poi a Fort Benning (Georgia).
Dopo l'elezione di un aymara in Bolivia, che ora molti Nobel della Pace hanno indicato come degno di questo riconoscimento per il 2007, è venuta quella di un quechua, Rafael Correa, in Ecuador, un economista formatosi all'Università di Lovanio, in Belgio, quella dove per anni ha insegnato sociologia François Houtart, il religioso, ora ottantaquattrenne, che è stato fra i fondatori del Forum di Porto Alegre, il laboratorio politico che, a partire dal 2000, ha battuto il tempo dei cambiamenti sociali, progressisti, in corso in America Latina.
Dunque, il continente che sta a sud degli Stati Uniti poteva essere liberato, come sognava il Che, o almeno avviato ad un riscatto, ad una riappropriazione delle risorse, saccheggiate per tanto tempo dalle politiche predatrici delle multinazionali del nord del mondo.
Credo che, a quaranta anni dal suo assassinio, bisogna riconoscere a Ernesto Guevara questa intuizione e questa fede. Molti, specie quelli che il subcomandante Marcos ha definito, in un suo recente intervento all'Enah (Scuola Nazionale di Antropologia di Città del Messico), «la sinistra mediatica», quella di moda, insomma, obbietteranno che non c'era quindi bisogno, come sosteneva il Che, della lotta armata. Questo «beautiful people», come lo chiamava ironicamente Manolo Vasquez Montalban, dimentica però, con assoluto cinismo, le migliaia e migliaia di vittime fatte dalla politica ufficiale, anche quando era definita democratica. E specie quando questa politica è diventata un vero e proprio «terrorismo di stato», come avvenne per il genocidio autorizzato dagli Stati Uniti in Guatemala negli anni Ottanta. O come la mattanza ordinata proprio in Bolivia nell'ottobre del 2003, dall'ex presidente Sánchez de Losada, solo perché gli indigeni (la maggioranza del paese, che però allora non governava), bloccavano le strade della capitale La Paz, perché si negavano alla svendita a un cartello di multinazionali, del gas naturale, ultima risorsa di un paese depredato.
Senza il sacrificio di tanti come il Che, che «sentivano come una ferita aperta sulla propria pelle ogni prepotenza o ingiustizia commessa ai danni di un essere umano», in un continente in ostaggio come l'America Latina, non sarebbe germogliata, in poco tempo, una coscienza dei propri diritti come quella che, negli ultimi anni, ha portato Venezuela, Brasile, Argentina, Uruguay, oltre a Bolivia ed Ecuador, a rifiutare l'Alca (il trattato del libero commercio voluto dagli Stati Uniti), a respingere l'arroganza di organismi come il Fondo Monetario e la Banca Mondiale, o a sognare addirittura, attraverso il MercoSur, di costruire una comunità latinoamericana, autonoma e indipendente.
Senza il sacrificio di tanti come il Che, eroi silenziosi ed ignorati di una guerra civile continentale, pianificata dal Plan Condor voluto da Nixon e combattuta per anni contro feroci dittature militari, sconce oligarchie, politici corrotti, ma elusa o manipolata dai media, forse neanche il Cile della Concertazione avrebbe trovato il coraggio di processare Pinochet e la sua gang familiare, e di eleggere presidente, in un paese machista e militarista, una donna, Michelle Bachelet, che aveva conosciuto sulla propria carne gli oltraggi della dittatura militare.
E forse, senza l'esempio del Che, un movimento come quello zapatista non avrebbe costretto la politica messicana a riscrivere la propria agenda, decretando la prima disfatta in ottant'anni del Pri, il partito stato, e obbligato l'oligarchia di quel paese a ricorrere all'ennesimo broglio per non far vincere le elezioni, per la prima volta, a una coalizione di centro sinistra.
Ogni paese, ovviamente, ha scelto la sua via a seconda delle circostanze, dell'autonomia e del coraggio dei propri nuovi leader, ma in tutto il continente spira ora un'aria nuova, se perfino in Paraguay è nato un fronte progressista guidato da un vescovo, Fernando Lugo, che ha lasciato l'abito talare per inseguire un sogno politico di giustizia ed equità.
Ma, ora lo riconoscono in molti, tutto è nato con la presunta utopia del Che e della Rivoluzione cubana, esempio incredibile, pur fra tanti limiti e contraddizioni, di «resistenza e dignità», come ha dichiarato il presidente brasiliano Lula. Quell'imperdonabile popolo cubano, come ha ricordato recentemente il subcomandante Marcos, che è stato anche l'ultimo nel continente a rendersi indipendente ma il primo a liberarsi.
Per questo lascia perplessi, fra i tanti volumi usciti in questi giorni per approfittare della ricorrenza della morte dei Ernesto Guevara, che anche un diplomatico colto come Ludovico Incisa di Camerana, scriva nel suo appassionato libro I ragazzi del Che, di una rivoluzione mancata, che non è riuscita a cambiare un continente. E che dovrebbe ancora succedere in America latina, visto che a seguire alla lettera la politica che conviene agli Stati uniti sono rimasti solo la Colombia, terra di paramilitari senza legge, il Messico, sempre sull'orlo di un'esplosione sociale e -in parte- il Perù dell'impresentabile Alan Garcia?
Ma c'è anche chi tenta, come Dario Fertilio, un romanzo, La via del Che, ambientato in una Cuba «inquieta e spettrale, al crepuscolo del regime di Fidel Castro». Un'ambientazione che appare francamente improbabile. Vorrei umilmente ricordare a Fertilio che Cuba è stato sempre un paese allegro e bailarino, anche nei momenti più duri, come quelli che segnarono gli anni Novanta, quando il paese dovette affrontare, oltre all'embargo americano, anche la fine dei rapporti economici con gli ex paesi comunisti dell'Est europeo. Figuriamoci adesso, con un Pil che supera il 9%, tutto il nichel estratto che viene venduto a un prezzo conveniente alla Cina, e il problema energetico risolto con l'aiuto del Venezuela di Chavez in cambio di un consistente sostegno alla sanità di quel paese.
Purtroppo per la credibilità dell'informazione, da quarant'anni il Che e Cuba sono quasi sempre raccontati come gli Stati uniti e i tanti supporters della loro politica vorrebbero che fossero, non come sono stati in realtà. Così, mentre in Occidente si cercava di capire cosa sarebbe stata la transizione nell'isola, dopo l'infermità che ha costretto Fidel Castro al ritiro dalla politica, Cuba è già entrata nel suo futuro, senza scosse e senza tensioni. E il Che, quarant'anni dopo che un agente della Cia, Felix Rodriguez, sotto le mentite spoglie di Felix Ramos, capitano dei rangers boliviani, gli dette il colpo di grazia al cuore in una scuola di Las Higueras in Bolivia, continua ad essere un protagonista della comunicazione del nostro tempo e, per molti, un indiscutibile punto di riferimento etico.
Ricordo sempre una riflessione di Eduardo Galeano: «Per quale motivo il Che ha questa pericolosa abitudine di continuare a nascere? Più lo insultano, lo manipolano, lo tradiscono, più egli nasce. E' il maggior nascente del mondo. Non sarà perché il Che diceva quello che pensava e faceva quello che diceva? Non sarà per questo che continua a essere così straordinario in un mondo dove le parole e i fatti si incontrano raramente, e quando si incontrano non si salutano perché non si conoscono?»

 

postato da: zvonimir alle ore 19:56 | Permalink | commenti (3)
categoria:my life, ricorrenze
sabato, 06 ottobre 2007

 


Esce in UK il film su Ian Curtis, leader dei Joy Division che si tolse la vita il 17 maggio del 1980, alla vigilia del tour americano che avrebbe dovuto far conoscere il gruppo di Manchester al pubblico d'Oltreoceano, sancendo la fine di una delle band più amate del post-punk britannico. Curtis entrò direttamente nella leggenda, mentre i suoi compagni di viaggio decisero di continuare a suonare insieme, dando vita, di lì a poco, ai New Order(scioltisi, ironia della sorte, nei giorni scorsi).

Corbijn fu l’autore dei primi scatti promozionali del gruppo. «I Joy Division - ha detto il neoregista - furono tra le ragioni per cui decisi di lasciare la Germania e trasferirmi a Londra. Il New Musical Express era come una Bibbia per me e le interviste di Paul Morley alla band sono state una grande fonte di ispirazione per chi, come me, aveva poco più di vent'anni». Tony Wilson, il fondatore della Factory, la casa discografica dei Joy Division, è stato come al solito lapidario: «In genere - ha detto - quando Hollywood decide di raccontare l'industria discografica il prodotto finale è invariabilmente una merda. Noi però abbiamo messo assieme il team giusto per trasporre nel film lo spirito di Ian». La sceneggiatura è stata tratta direttamente da Touching From A Distance, la biografia di Curtis scritta dalla moglie Deborah (produttrice esecutiva del film assieme allo stesso Wilson) e pubblicata in Italia da Giunti con il titolo di Così vicino così lontano.

Poco più che sconosciuto l’attore che interpreta Curtis, Sam Riley, così come gli altri membri del cast, a eccezione di Samantha Morton, che veste i panni della moglie. Joe Anderson, James Anthony Pearson e Harry Treadaway sono gli altri tre Joy Division (Peter Hook, Barney Sumner e Stephen Morris rispettivamente), mentre Craig Parkinson è lo stesso Tony Wilson, Toby Kebbel è Rob Gretton, il manager della band, e Ben Naylor il produttore Martin Hannett. Girato in un bianco e nero che i fan di Corbjin ben conoscono, il film ripercorre la vita di Curtis in maniera fedele al libro scritto dalla moglie, che nelle pagine di Così vicino così lontano faceva pochi sconti allo scomparso marito, raccontando senza ipocrisie il suo carattere impossibile e i suoi tradimenti. Il film uscirà a fine settembre in Francia e in Olanda, mentre non è ancora nota la data dell’eventuale prima italiana.



La colonna sonora:
1) Exit - New Order
2) What Goes On - The Velvet Underground
3) Shadowplay (Joy Division cover) - The Killers
4) Boredom (Live) - The Buzzcocks
5) Dead Souls - Joy Division
6) She Was Naked - Supersister
7) Sister Midnight - Iggy Pop
8) Love Will Tear Us Apart - Joy Division
9) Problems (Live) - Sex Pistols
10) Hypnosis - New Order
11) Drive In Saturday - David Bowie
12) Evidently Chickentown - John Cooper Clarke
13) 2H.B. - Roxy Music
14) Transmission (Cast Version) - Joy Division
15) Autobahn - Kraftwerk
16) Atmosphere - Joy Division
17) Warszawa - David Bowie
18) Get Out - New Order

The three New Order tracks are the instrumental tracks used in the last third of the film. They consist of Hooky's trademark bass lines, some sparse drumming from Morris, and Sumner playing what sounds like a flute sound on a mellotron - not particularly in the style of Joy Division, as was previously mooted.
postato da: zvonimir alle ore 21:10 | Permalink | commenti (1)
categoria:musica, cinema
venerdì, 05 ottobre 2007

Maglie da leggenda - Il Times vota Brasile '70

Carlos Alberto e Bobby Moore nel 1970, capitani e indossatori di maglie da leggenda. Ap

 
LONDRA (Inghilterra), 4 ottobre 2007 - Vi ricordate le vecchie magliette di una volta? Quelle senza scritte, marchi degli sponsor o roba simile? Quelle che avevano giusto lo stemma della squadra e nulla più? Oggi, nell’era del calcio globale, quelle divise che hanno fatto la storia del calcio e di molti calciatori vengono considerate alla stregua di reperti archeologici. Eppure, chissà perché, sono proprio quei simboli anacronistici di un passato mai in realtà dimenticato ad essere riesumati dai tifosi quando devono indossare i colori della squadra del cuore. I colori veri, non quelli annacquati dalla pubblicità o reinventati dallo stilista di grido, la cui "idea meravigliosa" fa quasi sempre a pugni con la tradizione. E' stato il "Times" ad andare alla ricerca delle nostre origini calcistiche perdute, stilando la classifica delle 50 più belle magliette delle squadre di calcio di tutti i tempi.
LE PRIME 10 - 1) Brasile 1970: un’insolita e a prima vista stridente combinazione di giallo, verde, blu e bianco. Una vera e propria sfida per i primi televisori a colori durante i Mondiali del Messico, ma non c’è mai più stata squadra che sembrasse migliore di quella, anche nel look.
2) Real Madrid degli anni Sessanta: un’icona senza loghi o scritte a rovinarne la perfezione, indossata da campioni del calibro di Di Stefano e imitata da tutti i club negli anni a venire, vedi i Los Angeles Galaxy.
3) Italia 1970: pur con qualche leggera variazione sul tema, quella Azzurra è sempre stata la miglior divisa delle nazionali europee.
4) Olanda 1974-1978: la squadra perse due finali mondiali, ma l’ "orange" è diventato un colore vincente.
5) Liverpool degli anni Sessanta: fu Bill Shankly a decidere di aggiungere calzoncini e calzini rossi alla mitica maglia per far sembrare i giocatori più imponenti. Risultato: tutti sembravano più alti.
6) Ajax: unica, semplice, storica. Non potreste chiedere di più a una maglia.
7) Newcastle 1969: la Fairs Cup è stato l’ultimo successo del club. Per ricominciare a vincere, forse si dovrebbe tornare alla vecchia divisa.
8) Celtic 1967: una maglia senza numeri, perché tutti conoscevano i giocatori senza bisogno di riferimento cifrato.
9) Wolves: magliette d’oro e pantaloncini neri, quando si dice orgoglio e tradizione.
10) Inghilterra del 1966: un sacco di squadre hanno indossato la divisa rossa e bianca, ma solo una ha vinto il Mondiale.
MADE IN ENGLAND - Salendo poi le altre posizioni della classifica, è un vero e proprio plebiscito per le squadre inglesi, secondo il più classico dei campanilismi, ma anche le formazioni italiane si difendono tutto sommato bene e se il primo club tricolore a finire nell’elenco è la Grande Inter al numero 14 ("hanno inventato il catenaccio, ma sulla divisa niente da dire"), la Fiorentina è inaspettatamente al 19° posto grazie al colore viola, "normalmente riservato alla terza maglia in Inghilterra, ma ostentato con orgoglio da Batistuta". Fuori dalle prime 30, invece, la Juventus che è trentunesima, mentre dieci posti più su troviamo la Sampdoria ("dicono che la banda sul petto risulti sgradevole a vedersi perché ricorda il seno delle donne. Ma provate a dirlo a Vialli o Gullit…"), mentre un gradino prima della fine, alla posizione 49, il giornalista del "Times" colloca il Palermo, la cui maglia rosa va bene per gente dai nervi saldi, perché, come si spiega nel commento, "se avete intenzione di vestirvi di rosa in Sicilia dovete essere davvero pronti a giocare duro".
postato da: zvonimir alle ore 00:08 | Permalink | commenti (1)
categoria:
sabato, 29 settembre 2007

"Professore di Patologia: - lei ha una qualche ambizione?

 Studente: - ma... non...

 Professore incalzante: - E Allora vada via... Se ne vada dall'Italia, lasci l'Italia finché è in tempo. Cosa vuole fare: il chirurgo?

 Studente: - non lo so, non ho ancora deciso

 Professore: - Qualsiasi cosa decida, vada a studiare a Londra, a Parigi! Vada in America, se ha le possibilità. Ma lasci questo Paese. L'Italia è un Paese da distruggere; un posto bello e inutile, destinato a morire 

Studente : - Cioè secondo lei tra un poco ci sarà un'apocalisse?

 Professore: - e magari ci fosse, almeno saremmo tutti costretti a ricostruire. Invece qui rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri. Dia retta, vada via

 Studente: - E allora professore perché rimane?

 Professore: - Come perché? Mio caro, Io sono uno dei dinosauri da distruggere"

postato da: zvonimir alle ore 14:45 | Permalink | commenti (3)
categoria:riflessioni
venerdì, 28 settembre 2007
nordhalIl suo nome è Gunnar Nordahl. Professione attaccante. Molti giovani, forse, non l’hanno mai sentito nominare. Tuttavia, ancora oggi, a quasi 50 anni dall’abbandono dell’Italia e a 12 dalla morte, avvenuta ad Alghero, durante una vacanza in Sardegna, stroncato da un infarto a 74 anni il 19 settembre 1995, questo possente giocatore, un Vieri dei tempi andati, occupa la seconda posizione all time tra i giocatori che hanno segnato più reti nella serie A, dall’inaugurazione del Girone Unico nel 1929-30. Davanti a lui solo il mitico Silvio Piola, 274 reti nell’era del Girone Unico, inavvicinabile anche a lungo termine da qualsiasi giocatore in attività. Il più vicino ai numeri di Piola, per intenderci, è Francesco Totti, che ha da poco superato il traguardo delle 150 reti…306 in totale i centri di Piola, dato che è pur giusto far di conto e restituire al lombardo di nascita, ma piemontese d’adozione, anche le 32 marcature siglate prima che nascesse l’attuale serie A. Dietro l’imprendibile Piola troviamo proprio Nordahl, autore di ben 225 reti in sole 291 presenze di campionato. Saremo forse ripetitivi, speriamo non troppo… ma, a pensarci un attimo, come potrebbero esaltarsi i ragazzi di oggi per le gesta di un giocatore inarrestabile, un fenomeno, purtroppo per lui, solo in un’era di calcio pretelevisivo? Di lui ci restano sbiadite immagini in bianco e nero con la maglia prima del Milan e poi della Roma.

Nordahl nasce in Svezia a Hornefors il 19 Ottobre 1921, vicino al Circolo Polare Artico. Da ragazzino svolge il mestiere di tornitore, discende da una famiglia che per generazioni si è guadagnata da vivere facendo il fabbro, non pensa al calcio, cui si dedicherà completamente solo ormai ventiduenne.
Comincia la carriera quasi per scherzo a 16 anni, senza troppa convinzione, nella squadra della cittadina natia, i dilettanti dell’Hornefors, e si rivela subito attaccante dalle eccezionali medie realizzative, una costante di tutta la sua carriera a tutti i livelli, siglando 40 reti in 37 partite, più di un gol ad incontro! Sale di livello, passa al Degefors e la musica non cambia di tanto: 77 apparizioni e 56 centri. Il suo talento colpisce e lo rileva uno dei club più importanti e noti di Svezia, il Norrkoping, allenato da un tecnico ungherese che sarà decisivo per le fortune di Nordahl, Lajos Czeizler, occhio lungo, che individua nel suo fisico possente un centravanti ideale. Ma il giovane Gunnar è molto titubante, non pensa ancora che il calcio possa diventare il suo mestiere definitivo. In Svezia il professionismo non esiste ancora, si gioca gratis per diletto, giusto i rimborsi spese, per mangiare occorre un impiego. Per convincerlo, il Norrkoping oltre alla maglia di centravanti gli offre anche un posto di lavoro: quello di pompiere, da cui deriva il soprannome con cui, ancora oggi, è universalmente ricordato, ed una pensione a vita per una serena e sicura vecchiaia. Nordahl si mette ancora una volta in mostra: reti a grappoli anche a livelli di Prima Divisone, 93 in 95 apparizioni.
Ma, è bene ricordarlo, siamo negli anni ’40, la Seconda Guerra Mondiale è appena terminata, le gesta di un campione sono echi lontani.

In queste condizioni, per notare Nordhal occorrerebbe una vetrina internazionale. L’occasione arriva puntuale nelle prime Olimpiadi successive alla Seconda Guerra Mondiale, Londra 1948, ricordate dagli italiani soprattutto per l’eccezionale ed irripetibile exploit degli azzurri nel lancio del disco: oro e argento rispettivamente con Adolfo Consolini e Giuseppe Tosi. Ebbene, nel torneo di calcio trionfa proprio la Svezia rifilando in finale 3 reti ad 1 alla Jugoslavia, 1 gol anche di Nordhal, protagonista assoluto di questa vittoria, capocannoniere a pari merito con un altro campione che ha poi preso la via dell’Italia, sponda Juve, il danese John Hansen, 7 reti a testa. Quella nazionale vincente è allenata da una sorta di comitato di “saggi” tra cui anche, guarda un po’ la coincidenza, Lajos Czeizler, l’allenatore di club di Nordahl, che quell’estate accetta le lusinghe del Milan e suggerisce tre giocatori da prendere subito: Gunnar Gren, “gambe di cervo”, Nils Liedholm, e il pompiere Nordahl. Quest’ultimo arriva al Milan anche per un atto signorile, così si racconta, ah lo stile Juve di una volta…..di Gianni Agnelli che, avendo soffiato ai rossoneri il certamente meno rilevante, almeno per la storia del calcio, danese Ploeger, decide di cedere al Milan i diritti di prelazione che la Juventus vantava sul pompiere.
Sbarca in Italia non più giovanissimo, ha compiuto ormai 28 anni. Arriva a Milano accolto da star. Nordahl stesso ha più volte raccontato lo stupore del giorno del suo arrivo, il 22 Gennaio 1949 in treno, accolto in stazione centrale da alcune centinaia di tifosi venuti apposta per dargli il benvenuto.

Carattere chiuso, timido e introverso, in campo una furia inarrestabile, vecchi cronisti dicono che sia stato il giocatore più potente che abbia mai giocato in serie A, lo soprannominano “Il Bisonte”. Si ambienta quasi subito, anche perché la famiglia lo raggiunge presto a Milano. Le reti arrivano a grappoli. Già nella prima stagione impressiona: disputa poco meno di mezzo campionato e non smentisce la sua fama di 1 gol a partita: 15 presenze e 16 reti. Gioca nel Milan per 8 stagioni e stabilisc